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Linee immaginarie, codici che si ripetono, isole che non esistono, mappe sconosciute cariche di mistero. Cerchi ritagliati, quasi un mirino di un cannocchiale. La voglia di mettere a fuoco un mondo interno, profondo e intimo. Bravo Alessandro!

Stefania Cesari

oO° - ALESSANDRO LONATI

Stampa, mostra 0°00, Atelier Traldi, 2016

Articolo di Chiara Gatti, la Repubblica, 13 ottobre 2016

LE GEOMETRIE FLUTTUANTI DELLO SCENOGRAFO

Un tempo era un'antica salumeria in zona navigli. Oggi un moderno studio di architettura che presenta, nei sotterranei, delle volte a botte, mostre temporanee legate, per affinità ai temi della costruzione. Il giovane Alessandro Lonati (foto), classe 1980, diplomato in scenografia, espone strutture aeree dall'equilibrio perfetto. Un sistema di tiranti, fili da pesca millimetrici, sostiene vele di carta bilanciate da piccole molle e galleggianti fluorescenti. L'armonia della forma rovescia il classico concetto cinetico: ci sarebbero tutti i presupposti per un gioco di movimenti e di geometrie fluttuanti, invece il calcolo esatto dei pesi crea una leggerezza statica. Tecnicamente raffinato, proietta nella terza dimensione di queste sculture senza materia, immagini visionarie, che ricordano un po' Klee e anche Enrico Della Torre. La curatela è di Anna Comino.

Stampa, mostra 0°00, Atelier Traldi, 2016 - ALESSANDRO LONATI

Testi, mostra 0°00, Atelier Traldi, 2016

Testi, mostra 0°00, Atelier Traldi, 2016 - ALESSANDRO LONATI

‘Tensosculture’, ‘rilievi’: sono termini che alludono all’ arte del costruire e alla misurazione di un luogo. Forse, delle opere di Lonati , mi ha sedotto proprio questa loro vicinanza con il progetto di architettura e del paesaggio: entrambi ci cimentiamo sulla ‘ri-scrittura’ dei luoghi, sulla ricerca di nuovi equilibri e di prospettive in bilico tra la seconda e la terza dimensione. Le sue opere ‘sconfinano’ dall’ambito specifico dell’arte: ti prendono per mano e ti accompagnano altrove. Sono elegantissime tessiture di leggerezza e impalpabilità: tanto rigorose quanto poetiche. Quasi non ti accorgi che nelle sue tensosculture Lonati usa materiali di riciclo. Li raccoglie, li accumula, li cataloga e poi li rigenera. Superando con la poesia la contingenza della scelta ecosostenibile dei materiali utilizzati.

Alessandro Traldi

 

 

°48’N 176°38’W

Dal giornale di bordo di Alessandro Lonati Howland.

Isole della Fenice. Oceano Pacifico. 147° giorno di permanenza. Ci siamo. E’ quasi mezzanotte. Mentre qui si consumano gli ultimi istanti di quello che per tutti è ormai ieri, nel mondo intero è già un nuovo giorno. E tra poco lascerò questa landa sperduta. La rotta è decisa da settimane. La mappa porta i segni di studi accurati. Ogni foro del pirografo racconta una sosta, una prova. Otto bruciature. Otto possibili alternative, prima del nulla. Della deriva o della salvezza. C’è solo un’incognita. Quell’incostante moto ondoso ad andamento circolare… Incrociarlo sarebbe un azzardo. Appare e scompare senza preavviso, e la durata variabile lo rende ancora più insidioso. Guardo l’orizzonte. Il nero della notte si addensa lentamente, lasciando presagire ore di buio mare calmo. Un brivido mi percorre la schiena. Poche ore e sarà l’alba. Se non ho completamente perso la cognizione del tempo, dovrebbe essere il due luglio. Non posso non pensare alla misteriosa sparizione in volo di Amelia Earhart. E’ sicuramente un segno. Non so ancora se positivo o negativo. Tutto è pronto. Prendo il largo. Una breve discesa a sud, per poi seguire il terzo percorso, evitando la corrente. L’oceano è color pece, come il cielo. Neanche una stella è visibile. Non soffia un refolo di vento, eppure la rotta è difficile da mantenere, come se un grosso campo magnetico mi attirasse verso il quarto tracciato, proprio nel cuore di quell’anomalo flusso impetuoso. Nonostante gli sforzi, tutto converge verso un punto che, mano a mano, si rivela un vortice. Nel suo gorgo sprofondano sogni, illusioni, speranze. Leggende e superstizioni si rincorrono nella mia testa. Sono sull’orlo del baratro. L’acqua scura inghiotte ogni cosa. Ed è il silenzio. L’oblio, la perdita di coscienza. Gli occhi si riaprono dopo chilometri di ovattate fluttuazioni sottomarine. Ed è tutto bianco, luminoso. Ancorate a sottili funi, le isole volanti sono congelate in un vuoto d’aria. Vago, alla deriva, tra superfici percorse da crateri perfettamente circolari, pieghe aggettanti e bordi affossati. Nella ragnatela di fili in tensione, piccoli sovrani sono trattenuti entro i confini dell’arcipelago. Sono palline, molle, rotelle. Poco più in là, candide pianure, fori riarsi, strade rosse, campi rettangolari marchiati da codici sconosciuti. Non mi spiego quale realtà sto vivendo. Non riconosco nessun elemento a me noto. Altre coordinate, un’altra geografia. Una dimensione ignota. Apparentemente inesplorata. Ma forse anche Amelia è arrivata qui.

di Anna Comino

Testo di Anna Comino

Testo di Anna Comino - ALESSANDRO LONATI

Alessandro Lonati è un artista difficile da inquadrare: non è uno scultore nel senso tradizionale del termine e, allo stesso modo, non è un pittore. Ama la carta, i fili, il legno, spesso di recupero… Materiali semplici che permettono un alto grado di manipolazione. Ed è proprio dalle possibilità quasi infinite di alterazione che nascono i suoi lavori. Pieghe, fori, timbri, bruciature, collages modificano i supporti originari creando, in un brevissimo lasso di tempo, un processo lavorativo metodico e per niente casuale che si trasforma in un codice. Un codice che non perde mai di vista la superficie e la relazione con lo spazio. La sospensione dei “pezzi” e i rapporti di tensione tra fili e oggetti, l’uso delle ombre interne e riflesse nei telai, l’ampia gamma di tonalità di bianchi e l’effetto di sovrapposizione nelle tele, giocano con il concetto di profondità reale e illusorio. Pochi centimetri o, addirittura nessuno, si prestano allo sviluppo tridimensionale delle sue strutture. Una geometria fantasiosa, che regola le composizioni dando un carattere più propriamente narrativo alle forme. L’impatto corale della sequenzialità completa il discorso, “disegnando” un immaginario collegamento tra una struttura e l’altra, rendendole parte di un tutto e, allo stesso tempo, reclamando quell’autonomia che la variazione sa dare. A questo importante elemento si aggiunge un allestimento pensato e curato nei minimi dettagli, una vera e propria messa in scena, che rivela un passato accademico improntato allo studio della scenografia. Un’esperienza non esibita, sia chiaro, ma entrata a far parte di un certo modo di vedere e di concepire la distribuzione spaziale delle cose. Anche perché gli artisti delle ultime generazioni non amano sentirsi debitori nei confronti di nessuno, siano esse discipline o grandi nomi della storia dell’arte. E Alessandro Lonati non fa eccezione. E’ evidente che non si può negare che i suoi occhi hanno ben presente le esperienze legate all’astrattismo geometrico prima e i risultati raggiunti dallo spazialismo poi, non ignorando nemmeno certi aspetti della ricerca concettuale. Che vi è un modo di impostare e gestire il rapporto tra elementi pieni e vuoti, tra frontalità apparente e luce filtrante (che, con buone probabilità, lo porterà alla disgiunzione visiva quando le costruzioni abbandoneranno i telai per raggiungere una dimensione ambientale) tipica di un certo tipo di scultura. Ma cercare di riconoscere una chiara linea di discendenza risulta complicato e quasi rischioso. La libertà di mischiare, di prendere solo lo stretto necessario, di accettare e negare nello stesso tempo, è ciò che caratterizza il lavoro di molti artisti di oggi. Che non sono cloni di nessuno e non vogliono etichette. Quindi, nel caso specifico di Alessandro, ci troviamo di fronte ad un viaggiatore sopra le righe: un navigatore di mari di carta, uno scopritore di mondi volanti, un curioso inventore di lingue e uno stenografo dei suoi stessi codici. Ovviamente, solo all’inizio delle sue (lunghe) esplorazioni.

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